Price Earning Ratio: Come Usarlo per Scegliere i Migliori Indici Azionari

Il Price Earning nella valutazione della convenienza di un indice azionario: miti e verità

Cos’è, come si calcola e come si usa il Price Earning Ratio (o rapporto Prezzo Utili)

Articolo aggiornato al 5 gennaio 2018

Il Price Earning Ratio (o PE) è il rapporto tra il prezzo corrente di un’azione, o un indice azionario, e l’utile prodotto da quella stessa società o dall’indice nel suo insieme. Esso esprime il numero di anni necessario affinché l’investitore rientri in possesso del proprio capitale attraverso gli utili prodotti dalla società o dalle società di riferimento.

Il PE non è un indice finanziario di tipo predittivo, ossia non serve per cercare di prevedere il futuro andamento di un mercato finanziario. Esso  è una sorta di termometro che serve a valutare la temperatura di un mercato o di un’azione per valutarne il livello di economicità o di sopravvalutazione.

Due modi per calcolare il Price Earning

E’ possibile calcolare il PE (o il PU per dirla all’italiana)  in due modi diversi. Il primo di essi consiste nel rapportare il prezzo di un’azione o di un indice di borsa all’ultimo utile riportato in bilancio, o alla somma degli utili di tutte le società che lo compongono  se si tratta di un indice.

Il bilancio di Poste italiane, ad esempio, al 31/12/2016 riportava un utile di 622 milioni di euro. Le azioni in circolazione ammontavano a 1.306.110.000 pezzi. Dividendo i due importi otterremo un utile per azione (EPS – erning per share) di 0,475 €. Poiché il titolo ha una quotazione di 6,435 € il PE sarà di 13,55.

Come avrai notato, non solo il PE cambia giorno per giorno a seconda della quotazione del titolo sottostante, ma potrà cambiare da un anno all’altro se cambierà l’utile.  Immagina ad esempio che gli utili di Poste Italiane del 2017 scendano, per pura ipotesi, del 40% passando dai 622 milioni di euro ai 373 milioni. Ferma restando la quotazione del titolo, il PU crescerebbe a 22,53.

Per evitare che un anno particolarmente buono (o uno particolarmente scarognato) incida in modo sfavorevole sul Prezzo/Utili, il secondo modo di calcolare l’indicatore consiste nell’usare  una media degli utili netti degli ultimi 3 o più esercizi, al posto dell’ultimo dato di bilancio.

Questo modo di procedere complica un po’ le cose perché richiede maggiori calcoli, ma è molto più affidabile nel determinare un livello di PU che non risenta troppo della situazione congiunturale. Ottenere un PE calcolato sulla media degli utili è più complicato se si tratta di un indice finanziario. Tieni però presente che gli utili di un paniere di azioni sono molto meno volatili dei profitti di un’impresa, per cui se si tratta di un indice azionario puoi ritenere affidabile il dato calcolato con gli ultimi utili disponibili.

Non è peraltro necessario calcolare manualmente il price Earning Ratio, perché puoi trovarlo su molti siti specializzati  come, ad esempio, Starcapital.

Come usare il rapporto Prezzo Utili nella scelta del “timing”

Come ti avevo anticipato in precedenza il PE non ha un valore previsionale, ossia non è in grado di anticipare quale sarà il futuro andamento di un mercato o di un’azione. Tuttavia gli studi di Benjamin Graham e di Jeremy Siegel hanno dimostrato che il livello di prezzo al quale si compra un titolo  o un paniere di titoli determinerà il rendimento futuro che otterremo.

Graham sosteneva che occorrerebbe comprare le azioni come si acquista la verdura, ossia facendo attenzione al prezzo pagato, e non come si scelgono i profumi, basandosi sulla fragranza e non badando al prezzo. Siegel ha dimostrato che quando il PE è inferiore alla media di lungo periodo i rendimenti azionari nel decennio successivo saranno elevati. Al contrario gli investimenti effettuati in corrispondenza di elevati valori di PE nel decennio seguente saranno poco remunerativi.

Ma quando un PE può dirsi elevato e a che livelli è adesso?

Una proprietà interessante del PU è il ritorno in media. Esaminandone l’evoluzione nel corso di decine di anni è possibile notare come esista un preciso valore al quale il PE tende. Quando l’indice è cresciuto molto rispetto quel valore, negli anni seguenti si è tornati al punto medio e viceversa in caso di discesa, con ovvie ripercussioni sui rendimenti ottenuti. Secondo gli studi di Graham e di Siegel il valore storico del PE di equilibrio è di 15.

Tieni però presente che a influenzare il Price Earning, per ammissione di entrambi gli studiosi, è il livello dei tassi di interesse pagati dalle obbligazioni. Tanto meno i bond rendono tanto maggiore sarà il PE accettabile sul mercato azionario senza per questo cadere nella sua sopravvalutazione.

Un livello “equo” del Prezzo/Utili è stimato essere intorno a 22. Ne consegue che il mercato azionario Usa non è più a buon mercato ma nemmeno appare essere sopravvalutato. Europa ed Emergenti hanno un indicatore intorno a 16 e presentano ancora livelli di prezzo accettabili.

Investire in ETF azionari quando il PE è inferiore a 22 è un buon modo, in assenza di altri strumenti, per investire in modo consapevole i tuoi soldi evitando di entrare sui mercati in occasione di una bolla speculativa o comunque quando le quotazioni sono parecchio surriscaldate.

Price Earing Ratio: quattro cose da ricordare

  • il PE non ha valore previsionale, tuttavia gli investimenti effettuati quando i prezzi sono troppo elevati rispetto agli utili tendenzialmente renderanno poco negli anni futuri
  • il Price/Earning medio è compreso tra 15 e 22. Valori superiori a 25 indicano una possibile sopravvalutazione del mercato azionario
  • Se analizzi il prezzo di un’azione adopera l’utile medio degli ultimi 3 – 5 anni

Giacomo Saver

Segretibancari.com

15 commenti
  1. Cambiando discorso, avrei una cosa da chiederti. Sono stato fuori città per una settimana per lavoro e leggo oggi alcuni tuoi post precedenti. Un tuo lettore ha parlato di investimenti “Italy in USD” e ti sei complimentato con lui per l’ottima scelta. In termini pratici, quale titolo o titoli specifici dovrei sottoscrivere per cogliere questa opportunità? Ciao

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    1. Ciao Nicola,
      ho fatto anch’io la stessa domanda 🙂

      Nel link qui sotto c’è la risposta.

      https://www.segretibancari.com/trappole-finanziarie/il-default-della-grecia-w-la-disinformazione-finanziaria/#comment-3923

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  2. Questo indicatore ed altri una volta potevano anche essere interessanti per valutare quali aziende inserire in portafoglio. Oggi ha la validità nè più nè meno di una scelta fatta a caso. L’investimento a lungo termine è morto, il cassettista è destinato ad essere spolpato dallo speculatore.
    Compri magari le azioni di un’azienda solida, con dividendi corposi e regolari (tipo le utilities) ma il valore delle azioni crolla del 30%-40% e se sei fortunato ci metti 5-6 anni solo per tornare in pari.
    La borsa italiana è una scommessa dove il piccolo perde sempre, non è un investimento

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  3. Concordo

    Troppa volatilità, investimenti che potrebbero sembrare buoni(vd ad esempio ultimamente ferragamo, o Luxottica) possono venire bastonate senza motivo, altre come Apple invece diventano un rifugio di liquidità nemmeno fossero una valuta di una nazione a tripla A…

    credo che o hai le spalle larghissime e voglia di aspettare anni, oppure l’analisi tecnica dovrebbe essere accorciata per periodi di poche settimane, con lunghi periodi di attesa

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  4. Senza contare il fatto che lo stop loss non può proteggerti sempre.
    Se, come succede spesso ultimamente, decidono di far aprire un’azione in gap down tanti saluti, ti ingabbiano finchè ne hanno voglia

    no, sono sempre più convinto che con i mercati di oggi stare ore a studiare una società, leggere i suoi bilanci, prospettive ecc è tempo perso.

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    1. @ Filippo
      Hai toccato un tasto molto delicato:

      “Se, come succede spesso ultimamente, decidono di far aprire un’azione in gap down tanti saluti, ti ingabbiano finchè ne hanno voglia”

      In effetti la possibilità che un titolo apra ad un valore inferiore allo stop loss è un problema reale. I prezzi non si muovono sempre seguendo una linea continua, ma a volte ‘saltano’ vanificando l’utilità degli stop loss. Ad esempio immaginiamo di aver messo uno stop loss a -10% che corrisponde ad un prezzo di vendita di 8 euro.

      Se l’azione corrispondente apre a 7 euro la perdita che subiremo sarà superiore rispetto allo stop che ci eravamo prefissati. Il primo prezzo cui potremo rivenderla, infatti, sarà 7 e non 8 euro. Per questo motivo è meglio utilizzare ETF su indici invece che acquistare singole azioni. Gli indici di borsa saltano meno dei singoli titoli e un gap down è più improbabile.

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  5. Per l’investitore non professionale è senz’altro un grosso rischio basarsi solo sul P/E. Da solo dice molto poco, così come l’analisi dei bilanci, che per chi non dispone di “informazioni qualificate” è insufficiente a fornire indicazioni adeguate sulle prospettive future dell’azienda. Cmq Giacomo, restando in tema, vorrei chiederti cosa ne pensi degli equity income funds (vedi ad es. Blackrock).
    Un caro saluto

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    1. @ Gianfranco
      La strategia Equity Income è in effetti più difensiva (in alcuni momenti di mercato). Ma se allunghiamo maggiormente l’orizzonte temporale non è così scontato che le società che pagano alti dividendi performino meglio delle altre globalmente considerate.

      Tieni anche presente che i fondi che seguono questo approccio di investimento sono meno diversificati degli altri che non lo seguono, perché le azioni che pagano alti dividendi non sono così tante.

      Quindi da un lato compri azioni meno volatili – sottoscrivendo un prodotto come quello di Blackrock – dall’altra hai meno titoli in portafoglio e meno diversificazione.

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  6. Orizzonte temporale lungo, lungo termine, ecc, ne sento parlare e lo leggo ovunque.
    Io personalmente non posso che dissentire. Nel lontano 2000 (quando giovane ee inesperto non seguivo nulla di persona e non capivo niente di investimenti) su consiglio ho comprato 300 mediaset a 16 euro, 5000 euro circa e poi non le ho più toccate, ho solo incassato i dividendi. Poi a inizio 2011 mi sono svegliato dal mio coma profondo finanziario ed ho guardato il mio deposito titoli
    12 anni sono un lungo termine direi, oggi mediaset vale 1,3 euro, il 90% in meno di allora e continua a scendere.

    oggi qualcuno potrebbe dire che 1,3 è un ottimo prezzo per mediaset e nel lungo termine ecc….

    ma purtroppo, anche comprando a 1,3 euro e tenendole 12 anni si può perdere ugualmente il 90%

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    1. Quoto in toto

      chi ci giuadagna dalla politica del cassettista sono solo gli intermediari che prendono le commissioni…come hai detto bene te, l’unico modo per cercare di non essere presi alla sprovvista è il vecchio detto: chi fa da ne fa per tre…poi se dietro ci sono blog come questo che cercano in modo chiaro di fare capire un pò meglio le cose, l’operazione è tutt’altro che impossibile, ripeto, tutt’altro

      chiudo con una citazione che ho trovato illuminante credo di Keynes o Graham:
      nel lungo periodo… saremo tutti morti

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      1. confermo Keynes

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  7. se ci fosse ancora qualcuno che crede nella borsa e sopratutto nel suo funzionamento “butti via” 7 minuti del suo tempo per il seguente video

    http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2012/04/20/news/hft_le_mani_sulla_borsa-33274887/

    anche se fosse solo un trader per divertimento penso che appenderebbe il mouse al chiodo

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  8. Ciao Giacomo e grazie per le info, una curiosità: quando non ci sono utili il P/E ha ancora senso? Come si effettua il calcolo in questo caso?
    Grazie

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    1. @ Gluka
      Se non ci sono utili il P/E tende all’infinito. Mai investire in società che non stiano già generando profitti…

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      1. Grazie mille, gentilissimo, anche se ce ne sarebbero di interessanti…

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