Crollo borsa: cosa ci hanno insegnato agosto 2024, aprile 2025 e marzo 2026

16 Settembre 2026

crollo borsa

Nelle prime settimane di settembre c’è stata una piccola correzione. Sta per succedere qualcosa? Ecco cosa aspettarsi nei prossimi mesi.

In sintesi

  • Negli ultimi due anni i mercati hanno vissuto tre crolli distinti: agosto 2024 (carry trade), aprile 2025 (dazi), marzo 2026 (shock energetico). Tutti e tre sono stati riassorbiti in settimane o mesi.
  • Dal minimo del 5 agosto 2024 l’S&P 500 è salito di circa il 47%, chiudendo a 7.656,98 punti l’11 settembre 2026 (dati S&P Dow Jones Indices).
  • La Sahm Rule, che nell’agosto 2024 segnalava recessione imminente, si è rivelata un falso allarme: la disoccupazione USA è al 4,1% ad agosto 2026 e la recessione non è mai arrivata.
  • Il carry trade sullo yen è tornato al centro della scena proprio in questi giorni: la Bank of Japan decide il 18 settembre 2026, la Federal Reserve il 16 settembre.
  • La lezione non cambia: chi ha venduto durante uno qualsiasi di questi tre crolli ha perso soldi. Chi non ha fatto nulla, no.

Cosa è successo dopo agosto 2024 (l’aggiornamento che conta)

Perché un rialzo di soli 25 punti base in un mercato “non strategico” come il Giappone ha causato un crollo delle borse? E come mai il ribasso è stato subito assorbito? La risposta sta nel carry trade. Si tratta di un fenomeno per il quale gli investitori si indebitavano in Yen, approfittando dei bassi tassi di interesse, per poi investire in mercati più redditizie, soprattutto gli USA.

Il rialzo dei tassi ha costretto gli speculatori a vendere attività finanziarie per rientrare in possesso degli Yen necessari ad estinguere i debiti, in prospettiva più cari, dando il via alla discesa.

Quando abbiamo pubblicato questo articolo, a novembre 2024, il crollo di agosto era alle spalle da poche settimane e la domanda di tutti era: era solo un assaggio?

La risposta, due anni dopo, è documentata dai numeri.

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2024 si è chiuso con l’S&P 500 a +23,3% (+24,9% includendo i dividendi). Il 2025 ha aggiunto un altro +16,4% (+17,7% con dividendi). E il 2026, ad oggi, viaggia intorno al +11% da inizio anno, dopo aver toccato il massimo storico il 13 agosto.

Chi ad agosto 2024 ha venduto “in attesa che si chiarisse la situazione” ha rinunciato a due anni di rialzo. Chi non ha fatto nulla ha visto il proprio capitale crescere di quasi il 50%.

Ma il punto interessante non è questo. È che nel frattempo ci sono stati altri due crolli, entrambi più violenti di quello di agosto 2024, ed entrambi riassorbiti con la stessa rapidità.

Aprile 2025: il crollo da dazi (“Liberation Day”)

Il 2 aprile 2025 l’amministrazione statunitense ha annunciato un regime tariffario globale. Nelle due sedute successive — 3 e 4 aprile — l’S&P 500 ha perso il 10,5%, una delle peggiori serie di due giorni dalla nascita dell’indice nel 1957. L’indice è arrivato a sfiorare la soglia del bear market, cioè il -20% dai massimi.

Poi, nel giro di poche settimane, il quadro si è capovolto: rinvii, negoziati, toni più concilianti. A un mese esatto dall’annuncio l’S&P 500 aveva già archiviato nove sedute consecutive in rialzo e chiudeva aprile in territorio positivo. Il 2025 è finito a +17,7%.

Marzo 2026: lo shock energetico

Il terzo crollo ha avuto una causa completamente diversa: la guerra nel Golfo Persico e il blocco dello Stretto di Hormuz, con il petrolio stabilmente sopra i 100 dollari al barile.

A marzo 2026 l’indice MSCI All Countries ha ceduto circa il 5% in un mese; l’S&P 500 ha toccato il minimo dell’anno il 30 marzo, con un drawdown del -7,3% dai massimi. Stavolta non è stato solo l’azionario: sono scesi anche i titoli di Stato globali, perché il rialzo del greggio ha costretto i mercati a riprezzare la politica monetaria in senso restrittivo. L’indice Bloomberg Global Treasury ha perso l’1,9% nel mese.

Ad aprile 2026 l’S&P 500 ha recuperato il 10,5%. Un mese.

E Piazza Affari?

Il mercato italiano è la sorpresa di questo biennio. Il FTSE MIB ha chiuso il 2025 a +30%, il miglior anno del secolo per Piazza Affari. A maggio 2026 ha superato quota 50.220 punti, cancellando il record storico di 50.109 punti che resisteva dal 6 marzo 2000, in piena bolla dot-com. Ad agosto ha sfondato i 53.000 punti, con una capitalizzazione complessiva tornata sopra i 1.000 miliardi di euro (dati Consob).

Da inizio 2026 il FTSE MIB guadagna circa il 18%: il migliore tra i grandi listini europei, davanti a IBEX 35, CAC 40 e DAX.

Ventisei anni per tornare dove si era già stati. Vale la pena tenerlo a mente ogni volta che si parla di “lungo periodo”.

Il carry trade è tornato (e stavolta lo sapete in anticipo)

Nella versione originale di questo articolo spiegavamo che il crollo di agosto 2024 era stato innescato dallo smontaggio del carry trade sullo yen: gli investitori si indebitavano in yen a tasso quasi zero per comprare attività più redditizie, soprattutto americane. Quando la Bank of Japan alzò i tassi dello 0,25% — la manovra più restrittiva da 17 anni — quelle posizioni sono diventate improvvisamente più care e gli speculatori hanno dovuto vendere per rientrare dai debiti. Il VIX schizzò a 65, il Nikkei perse il 12% in una seduta.

Quel meccanismo è di nuovo attivo, oggi.

Ecco la fotografia al 14 settembre 2026:

Banca centraleTasso attualeProssima decisioneCosa prezza il mercato
Federal Reserve3,50%–3,75%15-16 settembre 2026Rialzo di 25 pb dato all’~80%
Bank of Japan0,75% (massimo dal 1995)17-18 settembre 2026Rialzo verso 1,00%–1,25%
BCEin fase di rialzoPrimo rialzo in 33 mesi già effettuato nel 2026

Tre elementi da notare.

Primo: siamo in un ciclo di rialzi, non di tagli. La Fed — guidata dal nuovo presidente Kevin Warsh dopo l’uscita di Jerome Powell — non tocca i tassi dai tre tagli di fine 2025, ma a Jackson Hole Warsh ha dichiarato che sull’inflazione c’è ancora “lavoro da fare”. Il dato sui prezzi al consumo di agosto, uscito l’11 settembre, è stato più caldo delle attese. Alcune case d’investimento si aspettano non un rialzo ma tre.

Secondo: lo yen si sta già muovendo. Il 3 settembre la valuta giapponese ha guadagnato oltre il 2% in una sola seduta mentre gli operatori chiudevano posizioni in carry trade, portandola ai massimi da un mese. A luglio c’era già stato un intervento congiunto USA-Giappone sul cambio.

Terzo: il differenziale resta enorme. Anche con un rialzo giapponese all’1,25%, restano oltre 225 punti base di differenza con i tassi americani. Il carry trade non sparisce: continua a esistere, e con esso il rischio che si smonti tutto insieme.

Traduzione operativa: le prossime settimane possono essere volatili. Il che non è una previsione — è semplicemente la constatazione che due banche centrali decidono a 48 ore di distanza su una posizione speculativa enorme e affollata.

La Sahm Rule aveva torto (ed è la lezione più importante di tutte)

Nella versione 2024 di questo articolo scrivevamo che il dato sulla disoccupazione USA del 2 agosto aveva attivato la Sahm Rule: quando la media trimestrale del tasso di disoccupazione sale di 0,50 punti sopra il minimo dei dodici mesi precedenti, storicamente arriva una recessione. Dal 1950, undici recessioni su undici, con un solo falso positivo.

Adesso i falsi positivi sono due.

Nessuna recessione americana è arrivata. Ad agosto 2026 la disoccupazione è al 4,1% e l’economia ha creato 162.000 posti di lavoro nel mese, molto sopra le attese. L’indicatore che nell’agosto 2024 giustificava il panico si è rivelato, semplicemente, sbagliato.

Questo non significa che la Sahm Rule sia inutile. Significa qualcosa di più scomodo: anche gli indicatori con un track record quasi perfetto falliscono, e falliscono proprio quando tutti li stanno guardando. Una regola statistica costruita su undici osservazioni non è una legge fisica. È una regolarità storica, e le regolarità storiche si rompono.

Chi ha venduto nell’agosto 2024 non ha fatto una scelta irrazionale sulla base delle informazioni disponibili. Ha fatto una scelta razionale su un’informazione che si è rivelata falsa. È esattamente per questo che le decisioni di portafoglio non vanno costruite su singoli segnali.

Quanto dura un crollo di borsa?

Ogni crisi è una storia a sé, ma i dati degli ultimi anni permettono di aggiornare la risposta. Ecco i quattro episodi più recenti:

EpisodioCausaEntità del ribassoTempo di recupero
Febbraio-marzo 2020Pandemia COVID-19S&P 500 -34%~5 mesi
Agosto 2024Smontaggio carry trade yenS&P 500 -8,5% circa~3 settimane
Aprile 2025Dazi “Liberation Day”S&P 500 vicino al -20%~2 mesi
Marzo 2026Guerra e shock petroliferoS&P 500 -7,3%~1 mese

Il pattern è evidente: più lo shock è violento e improvviso, più il recupero tende a essere rapido. I crolli che fanno davvero male sono altri — quelli lenti, quelli che nessuno chiama “crollo” mentre stanno accadendo.

Come scriveva Ken Fisher sul Sole 24 Ore, i mercati ribassisti veri iniziano in sordina e durano a lungo: i primi due terzi della durata producono solo un terzo della perdita totale. I due terzi del ribasso si concentrano nell’ultimo terzo del tempo. È lì che si scatena il panico — quando ormai è troppo tardi per venderne il beneficio.

Detto altrimenti: un ribasso violento e immediatamente riassorbito è, quasi per definizione, un fenomeno psicologico, non strutturale. Tre volte su tre negli ultimi due anni.

La psicologia dell’investitore perdente (questa parte non invecchia mai)

I mercati oscillano tra paura e avidità. Così facendo creano opportunità per chi sa coglierle e distruggono la ricchezza di chi ha memoria corta ed è orientato al breve periodo — chi finisce per seguire le mode, nell’illusione di prevedere cosa accadrà.

La dissonanza cognitiva è il fenomeno per cui proviamo disagio davanti a fatti che non coincidono con le nostre aspettative. Tendiamo a vedere ciò che vogliamo vedere, ignorando ogni evidenza contraria. Quando l’umore delle masse è positivo, gli investitori si concentrano sui dati favorevoli e scartano il resto. Quando la pressione delle notizie negative diventa insostenibile, l’aria esce dal pallone più in fretta di quanto sia entrata.

Ciò che muove i mercati nel breve periodo non sono le variazioni dei fondamentali: quelli cambiano lentamente e di poco. È l’interpretazione del flusso incessante delle notizie, unita all’illusione di saper prevedere.

Due letture opposte dello stesso identico dato:

  • “Un taglio dei tassi stimola i mercati azionari grazie al minor costo dei finanziamenti.”
  • “Un taglio dei tassi deprime i mercati perché segnala che l’economia sta per andare in recessione.”

Entrambe plausibili. Entrambe usate, a seconda della convenienza narrativa del momento.

Quando un cronista gli chiese degli esiti della conferenza di Jalta, pochi mesi prima di morire, Franklin D. Roosevelt rispose che avrebbe detto se la conferenza avrebbe portato la pace in Europa a condizione che il cronista gli dicesse chi sarebbero stati i suoi discendenti nel 2057. Prevedere è inutile e impossibile.

Quelli che leggiamo oggi sono fatti; quelle che formuliamo sul futuro andamento dei mercati sono ipotesi scambiate per fatti. È un data driven storytelling molto pericoloso: la storia è lunga e offre troppi dati, siamo costretti a selezionare, e finiamo per selezionare quelli che ci fanno comodo.

Il rischio vero del 2026 non è quello di cui si parla

Se c’è una cosa che i tre crolli recenti hanno in comune, è che nessuno dei tre è stato previsto. E il rischio di cui si discute oggi, quasi certamente, non sarà quello che innescherà il prossimo ribasso.

Detto questo, gli elementi di fragilità strutturale — diversi dalle notizie del giorno — sono tre e vale la pena conoscerli:

1. La concentrazione degli indici. Le prime dieci società rappresentano circa il 35% dell’S&P 500, contro il 25% al picco della bolla dot-com. Chi compra un ETF sull’indice americano oggi compra molto meno “mercato” e molto più “un pugno di società tecnologiche” di quanto immagini.

2. Le valutazioni legate all’intelligenza artificiale. Il CAPE di Shiller ha superato 40, livello visto solo prima del 2000. La differenza rispetto ad allora è reale — le società leader generano cassa e utili veri, con margini netti sopra il 25% contro il 13% medio dell’indice — ma la domanda resta: quanto di quella trasformazione è già nel prezzo? La Bank of England ha esplicitamente segnalato il rischio nel suo rapporto di stabilità finanziaria.

3. Il costo del denaro che risale. Un ciclo di rialzi, con oltre mille miliardi di dollari di investimenti in data center finanziati in buona parte a debito e tramite private credit, è un contesto diverso da quello in cui questa corsa è nata.

Nessuno di questi tre punti è una previsione di crollo. Sono, molto più modestamente, le ragioni per cui la diversificazione conta più oggi di due anni fa: geografica (l’Europa tratta con uno sconto superiore al 40% sugli utili prospettici rispetto agli USA), settoriale e per classe di attivo.

I nostri consigli, aggiornati

  1. Ignora le oscillazioni di breve periodo, soprattutto quando i ribassi sono taglienti e visibilmente dettati dal panico. Tre volte su tre, negli ultimi due anni, il panico ha avuto torto.
  2. Non costruire decisioni su un singolo indicatore. La Sahm Rule aveva un record quasi perfetto. Ha sbagliato.
  3. Agisci sui fondamentali, non sulle notizie. Modifica il portafoglio quando e nella misura in cui cambiano le tue circostanze personali o la struttura del portafoglio stesso — non quando cambia l’umore dei mercati.
  4. Controlla la concentrazione effettiva di quello che possiedi. Se pensi di essere diversificato perché hai un ETF globale, guarda cosa c’è realmente dentro.
  5. Ricorda l’asimmetria del premio: i mercati pagano un premio a chi compra quando le quotazioni sono scese e lo richiedono a chi compra dopo che sono salite troppo e troppo in fretta.

Domande frequenti sul crollo di borsa

Cosa ha causato il crollo di borsa di agosto 2024?

Lo smontaggio del carry trade sullo yen. Il 31 luglio 2024 la Bank of Japan alzò i tassi dello 0,25%, la manovra più restrittiva in 17 anni. Gli investitori che si erano indebitati in yen a tasso quasi zero per comprare attività estere furono costretti a vendere per rientrare dai debiti. L’S&P 500 perse il 6,1% tra l’1 e il 5 agosto e il VIX toccò quota 65.

Quanto dura in media un crollo di borsa?

Dipende dalla natura dello shock. I crolli improvvisi e violenti tendono a recuperare in settimane o mesi: tre settimane nel 2024, circa due mesi dopo i dazi dell’aprile 2025, un mese dopo lo shock energetico del marzo 2026, cinque mesi dopo il COVID. I mercati ribassisti strutturali, invece, possono durare da uno a due anni e iniziano quasi sempre senza clamore.

La Sahm Rule funziona ancora?

Ha fallito nel 2024. L’indicatore si attivò con il dato sulla disoccupazione di luglio 2024 segnalando una recessione americana che non si è mai verificata: ad agosto 2026 la disoccupazione USA è al 4,1% con oltre 160.000 nuovi posti di lavoro nel mese. Resta un indicatore da osservare, non una regola su cui basare decisioni di portafoglio.

Il carry trade sullo yen può causare un altro crollo nel 2026?

È un rischio concreto. A settembre 2026 lo yen ha già registrato forti movimenti legati alla chiusura di posizioni speculative, e Federal Reserve (16 settembre) e Bank of Japan (18 settembre) decidono sui tassi a 48 ore di distanza, entrambe in direzione restrittiva. Questo rende probabile una fase di volatilità; non dice nulla su dove saranno i mercati tra un anno.

Conviene vendere durante un crollo di borsa?

I dati degli ultimi due anni dicono di no. Chi ha venduto durante uno qualsiasi dei tre crolli recenti si è trovato fuori dal mercato durante il recupero, che in tutti e tre i casi è arrivato prima di qualsiasi segnale di “via libera”. Il costo di uscire non è la perdita evitata: è il rialzo perso, che storicamente si concentra in pochissime sedute.

Siamo in una bolla dell’intelligenza artificiale?

Gli indicatori di concentrazione e valutazione sono ai livelli della bolla dot-com — le prime dieci società valgono circa il 35% dell’S&P 500, il CAPE di Shiller supera 40 — ma i fondamentali sono radicalmente diversi: le società leader generano utili e flussi di cassa reali, mentre nel 2000 molte quotate non avevano ricavi. La risposta onesta è che le valutazioni sono tese e che la diversificazione, oggi, vale più della convinzione.

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