Investire in fondi conviene davvero? Recensione e opinioni

12 Ottobre 2016

investire in fondi comuni conviene

Investire in fondi conviene? La risposta a questa domanda dipende da molti fattori, che stiamo per esaminare. Tuttavia la nostra trentennale esperienza sul campo suggerisce all’investitore di stare alla larga da questi prodotti. Ecco perché.

Articolo aggiornato il 28 marzo 2022

Cosa sono i fondi comuni

I fondi di investimento sono lo strumento cardine del risparmio gestito. Essi rappresentano un patrimonio collettivo, autonomo e separato, gestito da appositi professionisti e suddiviso in quote con il fine di massimizzare il rendimento per un certo livello di rischio.

Grazie alle loro caratteristiche i fondi permettono agli investitori di fare un investimento “tutelato”. Il patrimonio, infatti, non è aggredibile né dai creditori della società di gestione (SGR, società di gestione del risparmio), né da altri soggetti.

La presenza di una banca depositaria, che custodisce gli averi del fondo, garantisce i risparmiatori dal rischio che qualcuno possa scappare con la cassa. Ma conviene investire in fondi comuni?

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Nati nel 1983 con la legge 23 marzo 1983 n. 77 i fondi comuni di investimento nascono come strumento per garantire la gestione professionale del risparmio. Inizialmente esistevano tre tipi di prodotto:

  • i fondi azionari
  • i prodotti obbligazionari
  • i fondi misti (o bilanciati).

La grande proliferazione succedutasi negli anni ha spinto le autorità di vigilanza a imporre maggiore trasparenza alle SGR. Dal 1998 queste ultime devono indicare, per ogni fondo gestito, il parametro oggettivo con cui confrontare i rendimenti.

Nasceva così la grande distinzione tra gestione attiva e gestione passiva. I prodotti del primo tipo cercano di offrire, nel lungo periodo, rendimenti superiori a quelli del parametro di riferimento (o benchmark). I secondi, invece, replicano l’andamento del benchmark accantonando ogni velleità di fare meglio.

A seconda della remunerazione, i fondi si dividono in:

  • prodotti ad accumulazione (o acc) che reinvestono i proventi negli strumenti finanziari che compongono il patrimonio
  • prodotti a distribuzione (o dist o inc) che accreditano una sorta di “cedola” periodica sul conto del cliente.

I vantaggi dei fondi comuni

Per capire la convenienza o meno a scegliere questi strumenti soffermiamoci dapprima ad esaminarne i pro, che sono riassumibili nei seguenti punti:

Diversificazione

Il gestore, nel rispetto del regolamento del fondo, non può detenere titoli di uno stesso emittente per una quota superiore al 5% del patrimonio complessivo. Ciò per garantire una adeguata diversificazione di portafoglio ed evitare rischi eccessivi.

Flessibilità di accesso

Il taglio minimo per un investimento è basso. Si parte, di solito, da 500 € per un impiego in un’unica soluzione o da 50 € al mese per chi opta per un piano di accumulo. Ciò rende il fondo comune uno strumento accessibile a tutti i risparmiatori, compresi quelli dotati di contenuti mezzi finanziari.

Ampia scelta

È attualmente possibile scegliere tra 6.200 prodotti disponibili in Italia. Ognuno di essi, inoltre, presenta un diverso stile di gestione e una peculiare politica di investimento.

Gli svantaggi dei fondi comuni

Le ragioni per cui, secondo noi, non conviene investire in fondi va ricercata nei contro che l’operazione presenta. In particolare, secondo la nostra opinione, ci sono ben sette motivi per cui evitare questi prodotti. Prima di esaminarli è bene ricordare che quello del risparmio è un mercato dominato dall’offerta e dall’asimmetria informativa.

In altri termini le banche e gli intermediari finanziari di tipo tradizionale hanno un grande interesse a vendere questi prodotti grazie alle commissioni che incassano. L’investitore, al contrario, non sempre fa un buon affare. Ma scopriamo insieme perché.

Complessità eccessiva

Di solito tanto più un prodotto finanziario è complesso, tanto minore è la sua redditività a parità di rischio corso per ottenerla. Molti prodotti del risparmio gestito hanno un elevato livello di sofisticazione. Esso, per lo più, rappresenta un alibi usato da chi vende il prodotto per giustificare costi elevati e meno un vantaggio per l’investitore.

Basti pensare, ad esempio, ai prodotti con strategie long-short o ai fondi alternativi che usano strategie sofisticate delle quale i’investitore non ha bisogno.

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Costi alti

I costi dei fondi comuni di investimento sono davvero eccessivi. Essi, infatti, devono remunerare prioritariamente sia chi gestisce il fondo sia chi lo propone ai risparmiatori finali. Ecco, in breve, i balzelli cui l’investitore è soggetto.

Commissioni di ingresso/uscita

Si tratta dell’onere pagato direttamente dall’investitore, una sola volta, al momento dell’ingresso o del disinvestimento. La commissione di uscita, di solito, prevede un tunnel decrescente in base al tempo di permanenza nel fondo. Il costo di ingresso può arrivare anche al 4-5%. Esso, tuttavia, è scontabile a discrezione del collocatore. Usando piattaforme on line come Fundstore o Onlinesim si può evitare il pagamento del balzello.

Commissione di gestione

È un onere indiretto. Esso, infatti, è prelevato dal patrimonio del fondo ed è il responsabile della scarsa redditività di molti prodotti. Il suo ammontare può arrivare al 2% l’anno, tagliando così il guadagno netto attribuito ai risparmiatori. Tanto più è alta la commissione di gestione tanto minore sarà il rendimento del prodotto nel lungo periodo a causa degli effetti perversi della capitalizzazione composta.

Commissione di performance

Viene presa dal gestore al verificarsi di determinate condizioni. La più comune è quella in cui il rendimento, anche se negativo, sia superiore a quello del benchamk. La commissione di performance dovrebbe essere un incentivo per il gestore a massimizzare il rendimento. Essa, invece, spesso è un inutile costo addebitato all’ignaro risparmiatore.

Scarsa trasparenza

Molto spesso l’investitore in fondi sa dove siano stati impiegati i suoi denari solo dopo che l’operazione è stata fatta. La “delega insalubre” attribuita al gestore, infatti, sottopone il risparmiatore al fatto che il professionista commetta costosi errori. Il “rischio gestore” può essere eliminato optando per fondi a gestione passiva. In questo caso, infatti, il rendimento del prodotto dovrà coincidere con quello del benchmark, poiché il gestore non ha autonomia nella scelta dei singoli titoli.

Conformismo finanziario

E se i gestori non volessero ottenere rendimenti molto lontani dal benchmark? La tesi, avanzata dall’analista Paolo Sassetti nei primi anni 2000, si traduce in termini semplici. Scopo del gestore è quello di non perdere masse gestite, su cui si calcolano le commissioni di gestione.

Per questo motivo le scelte di investimento sarebbero rivolte a non discostare troppo la performance ottenuta da quella dei competitor. Se tutti i prodotti convergono verso la media l’incentivo a cambiare fondo sarà minore, a tutto vantaggio di banche e SGR.

Rischi occulti nei prodotti obbligazionari

A fronte di un ribasso dei tassi di interesse, le commissioni dei prodotti obbligazionari non sono affatto scesi. In questo contesto uno dei modi per aumentare la performance è quello di correre rischi maggiori a scapito dei clienti. Accade, in sintesi, che gestori con pochi scrupoli investano gli averi dei fondi in bond con bassa affidabilità creditizia.

Lo scopo è quello di salvare il posto attraverso la creazione di un guadagno sufficiente a pagare le commissioni. Pazienza se ciò significa assoggettare i soldi dei risparmiatori a rischi eccessivi. Chi scrive ha evidenza di fondi che nel pieno della crisi del 2011 erano “pieni” di bond greci. O che attualmente hanno obbligazioni russe comprate ai limiti della liceità imposta dal regolamento.

Rendimenti camuffati

Chi consiglia la sottoscrizione di un fondo comune spesso enfatizza i rendimenti. Al di là della penalizzazione cui si va incontro scegliendo i prodotti che in passato hanno reso di più, la performance è presentata in modo scorretto.

Per valutare i rendimenti di un fondo, infatti, occorre avere presente l’andamento del mercato in cui il gestore ha investito, rappresentato dal benchmark. Se, a titolo di esempio, il guadagno di un prodotto azionario USA è stato del 10% in un anno, a fronte di una crescita dell’S&P 500 del 15%, la redditività è stata insoddisfacente.

Conflitto di interesse

Chi propone un fondo comune percepisce una quota parte della commissione complessiva pagata dal cliente. Va da sé che l’incentivo della Rete di vendita a promuovere i prodotti più cari è alto. Ciò spiega come mai molti investitori abbiano strumenti al limite della propria tolleranza al rischio.

Accade, inoltre, che il questionario MIFID sia modificato proprio per permettere ai “consulenti” di piazzare al maggior numero possibile di clienti i prodotti più remunerativi.

Conclusione

Alla luce di quanto abbiamo visto la nostra opinione è di evitare del tutto di investire in fondi, poiché la cosa non conviene. Quei pochi prodotti che ottengono performance superiori al benchmark non sono identificabili a priori. Inoltre molto spesso i risultati sono frutto della fortuna.

Ciò spiega come mai i “best performer” di un decennio raramente restino in testa alle classifiche del periodo successivi.

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Giacomo Saver – CEO di Segreti Bancari.