Tre “bug” della previdenza complementare

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Accantonamenti insufficienti, eccessiva prudenza e preferenza per il capitale sono tre errori comuni quando si tratta di previdenza complementare.

Previdenza complementare: più cicale che formiche

Sebbene le statistiche dipingano gli italiani come popolo di risparmiatori, lo stesso non può dirsi a proposito della previdenza complementare. In particolare uno studio condotto da Insurance Europe mostra come nel Bel Paese il tema della pensione sia poco sentito.

In sintesi il 53% del campione intervistato non fa alcun accantonamento pensionistico. La media europea, invece è del 43%.

Il mancato accantonamento si traduce anche in una inefficace gestione del denaro già risparmiato. Questo resta ostaggio di pratiche e piani scorretti che ne minano la redditività a lungo termine.

Ecco i due motivi per cui la previdenza complementare interessa poco.

Errata percezione del problema

I giovani e gli under 50 vivono il presente. Schiacciati dalle esigenze contingenti, dalle “bollette” da pagare e da una società dei consumi sempre più opprimente la “generazione senza pensione” non risparmia.

La posposizione del problema appare la soluzione più efficace. Ma prima o poi la palla schiacciata sott’acqua emergerà con violenza.

Il dilemma del samaritano

Abituati all’italica convinzione che alla fine una soluzione si trova, i lavoratori ignorano il problema. In definitiva qualcuno penserà a fare qualcosa. L’attesa dello Stato, che da buon samaritano soccorre i lavoratori, rischia di essere vana.

Chi ha un capitale farà bene a investirlo in modo redditizio, per farlo fruttare al meglio. Di fronte all’incertezza che viviamo è l’unico baluardo a difesa del nostro futuro.

Errori di investimento

Oltre a risparmiare poco, o non dedicare risorse per la previdenza complementare, l’italiano medio commette un secondo errore.

Nonostante l’orizzonte temporale sia necessariamente lungo, la prudenza prevale sul rendimento. Il 60% campione di intervistati, infatti, pone la sicurezza al primo posto tra gli obiettivi dell’investimento pensionistico.

Ad aggravare la percezione del rischio concorrono tre elementi:

  • la storia, che mostra come gli italiani siano un popolo legato tradizionalmente alle obbligazioni
  • la letteratura, con autori del calibro di Mandelbrot e Bodie che enfatizzano i rischi delle azioni
  • il COVID-19 che ha alterato le abitudini degli investitori.

In definitiva occorre una maggiore consapevolezza che permetta di correre rischi calcolati per migliorare i rendimenti finali.

Prima il capitale

La previdenza complementare è finalizzata alla creazione di una rendita. Ciò nonostante gli individui preferiscono il capitale. La questione ha senso alla luce dei costi.

I coefficienti di conversione, infatti, sono solo del 5% circa. In altre parole si rinuncia al capitale in cambio di una rendita pari al 5% dello stesso.

La scelta del capitale al posto della rendita ha senso solo in un caso. Ovvero se la redditività delle somme investite supera il 5%. Chi pensa di ottenere guadagni inferiori farà meglio a optare per la rendita.

In definitiva la creazione di una valida previdenza integrativa richiede gli stessi principi per l’investimento di un capitale. Un programma a lungo termine, la determinazione nel seguirlo e la consapevolezza nell’accettazione dei rischi.

Think different. Invest differently.

Giacomo Saver – CEO di Segreti Bancari

Un commento
  1. Faccio riferimento alle affermazioni in https://www.segretibancari.com/tre-bug-della-previdenza-complementare/:
    “La previdenza complementare è finalizzata alla creazione di una rendita. Ciò nonostante gli individui preferiscono il capitale. La questione ha senso alla luce dei costi.
    I coefficienti di conversione, infatti, sono solo del 5% circa. In altre parole si rinuncia al capitale in cambio di una rendita pari al 5% dello stesso.
    La scelta del capitale al posto della rendita ha senso solo in un caso. Ovvero se la redditività delle somme investite supera il 5%. Chi pensa di ottenere guadagni inferiori farà meglio a optare per la rendita.”

    Secondo me affermare che “La scelta del capitale al posto della rendita ha senso solo in un caso. Ovvero se la redditività delle somme investite supera il 5%. Chi pensa di ottenere guadagni inferiori farà meglio a optare per la rendita” non è condivisibile per una varietà di motivi:
    – decesso poco dopo l’inizio delle prestazioni (vantaggio chiaro per gli eredi)
    – anche in caso di redditività (di investimenti sul capitale) ben inferiore al 5%, si ha il capitale (sia pure eroso dall’inflazione)

    e probabilmente si potrebbe articolare in maniera piu’ fine.

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